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VIVERE SENZA SERVIRE NESSUNO MA PER SERVIRE QUALCUNO (cit. Alessandro Morandotti)

Perché qualcuno dovrebbe scegliere di servire gli altri come lavoro? Nella memoria collettiva, quando si riflette sul ‘servire’, riecheggiano immagini di schiavitù e povertà, associate al dovere e non al piacere: si serve per necessità, non per volontà. E poiché penso che questa tendenza nel catalogare le persone che prestano servizio in sala sia ancora diffusa, una recente esperienza al ristorante Le Calandre mi ha spinto a voler raccontare una storia totalmente diversa.

Non mi soffermerò a parlare dei piatti proposti dallo chef Massimiliano Alajmo, impresa che peraltro sarebbe alquanto ardua: sono infatti del parere che i capolavori, siano essi artistici, gastronomici o letterari, vadano sperimentati in prima persona, poiché la loro trasposizione in parole rischierebbe solamente di danneggiarli. Al contrario, vi parlerò dei due ragazzi che ci hanno servito, Elia e Ruben: due persone che hanno scelto di fare del servizio il proprio mestiere.

Elia è un ragazzo marchigiano di soli 23 anni, la cui passione per il vino lo ha spinto a frequentare il corso superiore di sommellerie presso ALMA, dove si è diplomato come miglior sommelier del suo anno accademico. Si è poi fatto le spalle durante diversi stage lavorativi, in Italia e all’estero, per approdare infine a Le Calandre, dove lavora come secondo sommelier. Ora, qualcuno potrebbe chiedersi perché un ragazzo tanto giovane -che viveva a dieci minuti dal mare-, dovrebbe scegliere di lasciare tutto per andare a ‘versare bicchieri di vino’ a dei clienti peraltro spesso ingrati. D’altro canto, quando l’ho conosciuto e ho visto con che passione, supportata da profonda conoscenza del settore, ci spiegava gli abbinamenti vino-cibo e con che gentilezza ci serviva, una profonda curiosità mi ha spinto a conoscere i dettagli della sua motivazione. Elia, per tutta risposta, con molta semplicità mi ha citato una frase di Confucio: “Fai quello che  ami e non lavorerai un solo giorno della tua vita”. A suo parere infatti, la passione e ancor di più la gratificazione data da una semplice parola o frase positiva pronunciata da colui che viene servito, sono due ingredienti sufficienti a rendere questo lavoro il più invidiabile tra tutti.

Ruben è un ragazzo veneto di 29 anni che durante il pranzo è stato la nostra guida e il nostro consigliere, e senza la sua presenza costante, gentile ma mai invadente, la nostra esperienza gustativa non sarebbe stata di certo la stessa: si potrebbe tranquillamente dire che ci ha servito, ma nello stesso tempo istruito. E come era già successo con Elia, la mia curiosità suscitata da una tale passione per un lavoro comunemente ritenuto umile, mi spinge a chiedere che cosa lo abbia portato fin qui. Al contrario di Elia, Ruben mi racconta di essere arrivato a ricoprire il ruolo di secondo maître a Le Calandre quasi per caso (o per destino?). Dopo una formazione scientifica, sono state infatti la “grande gioia e piacere nella soddisfazione del cliente, il brio del servizio e il sottile gioco di squadra” di cui ha fatto esperienza in diversi ristoranti a farlo sentire come appartenente al mondo della ristorazione. Ed è significativo come Ruben ritenga che sia proprio l’amore per i compiti più umili da svolgere la chiave essenziale del piacere del cliente, e di conseguenza del cameriere: “Il piacere del cliente inizia dal nostro piacere per la presenza del cliente stesso”, mi dice.

Ed è così che il ‘servire’ diventa una scelta, e non una necessità. Ed è così che l’esser serviti dovrebbe diventare un onore, e non un’ovvietà.

by Margherita Spinelli

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