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Ristorante stellato, la prima volta…

San Biàs a l’ te presèrve la góla da i rèsche de pèss e da töt ol rèst (San Biagio ti preservi la gola dalle lische di pesce e da tutti i malanni) così recita il detto milanese in onore del santo, che pare avesse guarito un bambino che stava soffocando a causa di una lisca di pesce. È tradizione tipicamente meneghina che proprio il 3 febbraio si mangi un panettone benedetto per proteggere la gola dai mali. Ecco, io non ho avanzato nessun dolce da Natale (e quindi sarò dannata in eterno), ma quale occasione migliore per “salvaguardare” il cavo orale con un pranzo da mille e una stella (Michelin)? Ho avuto infatti la fortuna di essere invitata fuori (diciamo pure che dovuto accettare senza possibilità di scelta) da un personaggio un po’ particolare per discutere di lavoro, così pare…
Una villa Liberty di inizio Novecento si erge imperturbabile nella sua imponenza in un giardino ben curato e ci accoglie in questa fredda giornata d’inverno. Sulla parete, una stufa scoppiettante ci regala tutto il suo calore e possiamo accomodarci su comode poltroncine nere, pronti per una maratona di nouvelle cuisine.

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Ammetto di non essere mai entrata in un posto del genere e non nascondo il cocktail di sensazioni tumultuose che mi agita lo stomaco. Sarà fame? Davanti all’“Isola che non c’è” il mio stupore è tangibile: su un batuffolo di zucchero a velo gocce di olio, arachidi, un’originalissima gelatina di aceto balsamico, pomodorini essiccati e foglioline di basilico prendono posto come su una tela di Kandinskij. Giallo, nero, rosso, verde: i colori del mediterraneo esaltati da un reticolo di impalpabili fili zuccherini. Un’esplosione di sapori, davvero. Non ho parole.

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Mentre mi ritrovo in questa sorta di trance catalettica, il tavolo viene magicamente apparecchiato con oggetti di design: ecco che dei lunghissimi e sottilissimi grissini fanno la loro comparsa in un vaso di cristallo. Paiono delle decorazioni floreali. Degli spuntoni, precisa il mio accompagnatore. Ricordi della sua infanzia napoletana riaffiorano e per un attimo già mi sembra di sentire la risacca del mare in lontananza.

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La fragranza del pane appena sfornato si diffonde nell’aria e questa non è una mia suggestione, ma la realtà: un’accurata selezione di paninetti di varie forme e sapori mi viene proposta e io, stranamente, non so decidermi. Casatiello? Con le olive? Con un impasto madre di creazione del ristorante da anni e anni? Vorrei assaggiare tutto, ma devo tenere a bada la voracità, non posso lasciarmi andare ai miei istinti animaleschi, è un posto per bene, accidenti! Ma è la profondità del discorso lanciato dal mio interlocutore a farmi ritornare “umana” e ridarmi una parvenza di normalità. L’importanza del pane come cibo quotidiano, semplice ma al contempo ricco di suggestioni dalle radici antichissime, bibliche. Pensate all’eucarestia, al rituale di spezzare questo umile alimento e condividerlo con gli altri. Un elemento di convivialità che non dovrebbe mai mancare sulle nostre tavole dove, non solo “si soddisfa il desiderio primario dell’uomo” (cito testualmente), ma si tramanda la tradizione dello stare insieme in compagnia di ottimo cibo. A proposito, ma vogliamo parlare di quelle tre sfiziose cozze verdi (non vengono da Marte, credo, spero) in tempura, su quel piatto nero in ardesia e un ketchup rigorosamente made in Italy? Io ho rischiato un’ustione di terzo grado, ma ne è valsa la pena! Mi brucia ancora la lingua al sol pensiero, ma al mio dirimpettaio no, anzi, con rinnovata energia riprende i suoi discorsi. Il mio neurone è dibattuto, ma alla fine si concentra sulla neve che cade leggiadra all’esterno lasciandosi trasportare dalle note, assolutamente fuori stagione, di Summertime, che risuonano nel ristorante.

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Come se non bastasse ci viene fatto assaggiare un vino, La Bella Estate, a rimarcare, ancora una volta, che è tutto sbagliato. Sincronizzare i vari periodi dell’anno con musica e bevande, no eh? Già sono abbastanza stordita (piacevolmente direi) da tutto questo susseguirsi di assaggi, anzi meglio, di microscopici capolavori di arte culinaria, che, se mi si confonde anche con il contorno, la povera particella celebrale chiude definitivamente per ferie. In tutto ciò siamo arrivati al dolce (per la cronaca il mio stomaco è in pieno delirio, sembra quasi urlare “basta, pietà, sono sazio!” e pensare che nutrivo qualche dubbio sul fatto che non mi sarei rimpinzata a dovere, ma ho avuto la smentita) e l’oro napoletano, una pastiera con un rivestimento dorato da mangiare in un sol boccone (mi spiego meglio era delle dimensioni di un biscotto, non una torta intera, quella non ci sarebbe stata neanche nella bocca di un ippopotamo, o forse sì) fa letteralmente cantare le papille gustative: semplicemente deliziosa.

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Ma è una fumosa nebbiolina aromatizzata al bergamotto che avvolge il tavolo a inebriarci e farci dimenticare l’inverno. Un secchiello colmo di ghiaccio secco rilascia le sue fragranze anche alcoliche: due provette contenenti rhum e mandarino ci salutano invitandoci a libare ne’ lieti calici. Come resistere? Una lunghissima collezione di bottiglie di grappa con colorate etichette disegnate da bambini, disposta lungo il corridoio, ci accompagna all’uscita. Possiamo dirci pienamente soddisfatti.

by Alice Olgiati

2 commenti

  1. Andrea

    Da come hai descritto il tutto, mi sembrava di essere li accanto a te ad assaggiare tutte quelle prelibatezze
    che hai gustato, persino i profumi mi arrivavano alle narici. Brava Alice!

    • Alice Olgiati

      Ti ringrazio Andrea! Mi fa piacere averti fatto provare delle emozioni, seppur virtualmente! Credo che almeno una volta nella vita si debba provare un ristorante stellato, è un’esperienza davvero unica.

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