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A tu per tu con il primo flauto della Scala – parte seconda

Continua la nostra chiacchierata con Marco, primo flauto della Scala.

Musica che coinvolge, che appassiona, che emoziona. Marco non riesce a decidersi quando gli chiedo quale sia il suo musicista preferito. Ognuno con la sua peculiarità, con la sua bravura nel trasmettere sentimenti attraverso vibrazioni che si espandono nell’aere e arrivano dritte al cuore. Mozart, da questo punto di vista, rappresenta il top. Con un’eleganza e un’apparente semplicità dipinge l’umanità, quell’agglomerato di sensazioni che anima le esistenze di tutti. Il dramma del Requiem, la spensieratezza delle Nozze di Figaro, l’ira della Regina della Notte, giusto per citarne alcune. E poi i flautisti, come François Devienne o i nostri Verdi e Puccini. La scelta è sempre difficile. Fortuna che questa volta sono io a fare le domande.

Grandi personalità del passato studiate con costanza e zelo e grandi maestri conosciuti in contesti prestigiosi come il Teatro alla Scala. Baremboim, Chung, Muti e tanti altri comunicano la Musica guardandoti negli occhi, con la loro gestualità, trasmettendoti le loro emozioni. È una ricerca che travalica i confini del segno scritto sul pentagramma. Col contatto visivo si interviene a livello del subconscio, che attinge direttamente all’autenticità e alla profondità dei sentimenti. La loro presenza non è necessaria per dirigere l’orchestra dal punto di vista ritmico (i musicisti sono tutti professionisti), ma assolutamente indispensabile per infondere l’essenza di ciò che si sta suonando.
Giusto per farvi un esempio, sul quarto movimento della Quarta Sinfonia di Brahms è presente un assolo di flauto. Semyon Bychkov, direttore russo, chiese a Marco di interpretare in maniera drammatica, come se fosse un uomo nel deserto e ogni respiro fosse volto ad andare avanti, alla ricerca della vita. Un punto di vista, personale, ma pregno di significato.

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La novità, la ricerca di una sfumatura sempre diversa nelle esecuzioni consente ogni volta di evitare la ripetizione, l’appiattimento, la routine acerrimi nemici dell’esecuzione creativa. La musica è anche evoluzione, non si può imbrigliare in schemi predefiniti, non si può affrontare un brano superficialmente attenendosi semplicemente a quel susseguirsi di punti luminosi e pause, ma bisogna lasciare splendere l’intera costellazione nella sua irraggiungibile bellezza.

L’ascolto: l’ingrediente fondamentale di qualsiasi professore d’orchestra. La disponibilità di stare a sentire gli altri con cui collabori per raggiungere un obiettivo comune, non imporsi in tutto e per tutto, ma capire quando poter proporre qualcosa di innovativo e quando uniformarsi.

Quante volte capita di parlare e dall’altra parte non c’è un minimo di attenzione? Le parole attraversano, senza minimamente scalfirla, la persona che hai di fronte. Oggigiorno è raro trovare qualcuno che sappia stare in silenzio dandoti la possibilità di esprimerti ed essere compreso. Tutti sono troppo impegnati ad ascoltare se stessi, così assordati dalla propria voce, che non riescono (e forse non vogliono) percepire il resto. Una vita in “discoteca”. Sballo, luci colorate e tutto volume. La Musica, dunque, come veicolo per cercare di recuperare questa dimensione corale e collettiva, come strumento per ridimensionare il proprio io e rispettare anche gli altri. La Musica come Maestra di Vita.

Infine, un aneddoto. Luglio 1992 – Teatro alla Scala di Milano. Uno spettacolo sulle celebri punte di Carla Fracci, Luciana Savignano e Oriella Dorella che volteggiano aggraziate e agili sulle note di Donizetti. Cristoforo Colombo, coraggioso navigatore, prende vita in questa opera danzante e coinvolge il pubblico nella sua avventura alla scoperta dell’America. L’Orchestra dei Pomeriggi Musicali accompagna con pathos la vicenda ed è proprio sull’assolo del flauto che, quasi a voler imitare le delicate movenze delle ballerine in scena, una farfalla notturna si posa sul leggio di Marco. Lo stupore del musicista. La poesia del momento. L’eleganza bruna di una così elegante creatura che riprende il volo una volta terminato il brano. Forse un semplice omaggio della natura, forse un simbolico segno del destino, forse un semplice caso.
Nel 1998 Marco inizia la sua collaborazione con il Teatro alla Scala in veste di primo flauto.

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Un ringraziamento particolare al M° Marco Zoni per la sua disponibilità e la sua umanità. Pur non conoscendolo di persona mi sono sentita a mio agio chiacchierando come fossimo amici di vecchia data. Abbiamo concordato sull’importanza del ristorante (post-concerto) come luogo di aggregazione, di rilassamento e di condivisione. L’ennesima conferma: a tavola si rafforzano e si costruiscono le relazioni sociali. Quindi, il prossimo incontro sarà in un ristorante con il tuo piatto preferito: polenta e osei!

Per maggiori informazioni visitate il sito dell’Orchestra Zephyrus

by Alice Olgiati

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