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Pane e latte: sapori d’infanzia

Luglio-agosto 1973, Monte di Procida (NA)

E come ogni anno, eccola, luminosa, calda e vacanziera. L’estate portava con sé innumerevoli gite al mare, giochi a non finire con gli amichetti e giri con la mamma per le varie bancarelle del pesce. Il profumo di salsedine era la fragranza di quei momenti, la pura essenza della spensieratezza. Oziose giornate in riva al mare, il garrito stridulo dei gabbiani sopra le nostre teste e, in lontananza, una costellazione di barche a vela a solcare il blu.

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E poi risate, tante risate. Una gioia che prendeva forma nei passatempi che amavamo inventare insieme. Elefanti, creature marine, orsi si affollavano nelle nostre fervide menti e gli scogli si animavano in mille fantastiche avventure. Ma prima di abbandonarsi a frenetiche giornate di divertimento, un compito e un pasto importante, la colazione. A me spettava, in quanto più grande tra i miei fratelli, di portare a casa gli ingredienti perché mamma potesse prepararla. Uscivo di buon’ora con la bottiglia di vetro in due sacchetti di plastica uno nell’altro e “nun l’ia fa carè!” (non farla cadere!) mi diceva sempre nonna Nanninella (Anna). La stalla di Gino era la prima tappa del mio tour: in penombra, le mucche indaffarate nel loro dolce far niente neanche notavano la mia presenza e io, nella mia ingenuità, mi aspettavo che mi salutassero con almeno un cenno del capo! Che maleducate! Il buongiorno da noi a Napoli è importante!

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Con una manualità esperta e una gestualità perfezionata ogni giorno, Gino procedeva alla mungitura e… Magia! Il bianco nettare denso, profumato di fiori e fieno riempiva generosamente la mia bottiglia. Un rituale che mi affascinava sempre. Con il mio primo trofeo in mano, e le parole di nonna ben impresse in mente, partivo in discesa, tra candide lenzuola e ventate di pulito, verso il forno. Il mare, poco distante, mi salutava con il suo blu intenso e un venticello al sapore di sale.

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E poi, varcando la soglia del negozio, un profumo avvolgente di pane appena cotto mi inebriava coccolandomi in un aromatico abbraccio. Il palatone con la sua crosta croccante e dorata, adagiato in qualche foglio di carta per evitare che, così piccino, potessi scottarmi, lo tenevo stretto sotto il braccio. Il suo calore mi rassicurava. Infine la corsa, in salita, verso casa. L’ultima “fatica” prima della “festa”, della gioia dello stare tutti insieme. I miei fratelli, ormai svegli, ad attendermi. Intanto il pane e il latte bollito, allestivano regalmente, nella loro semplicità, la tavola. Una carica di energie per affrontare i mille giocosi impegni della giornata. Io mi sentivo sempre più grande e responsabile. Che affidassero proprio a me questo incarico mi rendeva felice.

 by Alice Olgiati

4 commenti

  1. Tilde

    Belle le foto ma ancora più belle le immagini che le parole sanno far nascere nella mia testa, leggendo mi immedesimo un pò in questo bambino indaffarato, attento a portare a termine il suo importante compito sensa lasciarsi sfuggire le belle senzazioni che lo avvolgono.
    Poi, da grande basterà un profumo, un suono o un colore per ritrovarle, magari solo per un attimo, inaspettate ma reali.
    Pure io da piccola venivo mandata a prendere il latte con la bottiglia di vetro , e non avendo ancora chiaro le unità di misura dicevo al lattaio: Un metro di latte, grazie!……..lui ridacciava ogni volta, e mi riempiva la bottiglia chiudendola con il tappo d’ alluminio. io tornavo a casa sempre con l’enigma …ma cosa avrà poi sempre da ridere quell’antipatico !??

  2. Alice Olgiati

    Grazie Tilde! Sono contenta di aver risvegliato ricordi della tua infanzia, anche solo per un attimo, di averti riportato indietro nel tempo e di averti fatto assaporare quei bei momenti. Simpatica la tua “avventura” per andare a prendere il latte!

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