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Il dilemma dei “gastronomi”

“Braccia rubate all’agricoltura”, veniva detto ai nostri nonni quando non si riteneva fossero troppo svegli. Mi chiamo Margherita, ho 26 anni e lavoro come F&B manager in una catena alberghiera… e, purtroppo, temo che questo modo di dire (ma soprattutto di pensare) dell’epoca dei miei nonni sia tuttora impresso nel subconscio dell’immaginario collettivo.

Viviamo in un’epoca in cui in televisione, sui giornali e su internet la cucina la fa da padrone: spopolano blog di ricette, chef e competizioni ai fornelli… Eppure, la gastronomia di per sé, quella definita da Savarin come “[…] la conoscenza ragionata di tutto ciò che si riferisce all’uomo in quanto egli si nutre”, è presa ben poco sul serio. Mangiamo tre volte al giorno… e in base a cosa mangiamo e a come lo mangiamo definiamo sia a livello locale che mondiale sistemi produttivi che saranno più o meno ecologici, sani, etici. In pratica, tre volte al giorno stiamo votando sulla definizione del sistema agricoltura.

Eppure, di agricoltura non si può solo parlare. Per preparare da mangiare bisogna letteralmente sporcarsi le mani: dal campo alla tavola è tutto un sudare, un manipolare, un servire. Di cibo si può parlare, ma il cibo bisogna soprattutto prima coltivarlo, poi prepararlo e servirlo, infine mangiarlo. Sarà per questo motivo che le persone vedranno sempre la figura del gastronomo come un intellettuale di livello inferiore? O sarà perché l’estremizzazione della bellezza e della perfezione dei piatti trasmessa dai media ha portato a considerare il cibo come un qualcosa di frivolo e superfluo? Insomma, il cibo è solo “roba da chef”, frase peraltro pronunciata con un ghigno di superiorità? Oppure per un mondo migliore di cibo bisogna parlare in modo autentico, profondo e significativo?

by Margherita Spinelli

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