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A Padre Severino

Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso. (Ernesto Che Guevara de la Serna)

Inverno del 1978, scuola media statale “Galvani Volta”, Napoli.
L’ora di religione è la ricreazione aggiunta: chi ripassa i compiti, chi si lancia “coppetielli di carta”,  chi…e lui, il nostro insegnante, un prete, padre Severino, alla cattedra. All’improvviso un boato ci rimbomba nelle orecchie, sussultiamo attoniti: padre Severino ha appena tirato, con tutta la forza che ha, un pugno sulla scrivania con tale violenza che ancora oggi mi echeggia nella mente, e, mentre noi tra lo stupito, lo sgomento, il perplesso, ci interroghiamo sul perché lui ci guarda attraverso i suoi occhiali spessi e con voce calma, forte, serena ci dice: “ma voi davvero credete che io sia qui per insegnarvi religione? Io sono qui per mettervi in crisi, per costringervi a pensare”.

Non ho mai dimenticato quelle parole, mai potrò farlo; il mio primo insegnamento di vita fuori dall’ambito familiare e a me, ateo da sempre, deve darmelo un prete? È lui il mio primo maestro? Chissà, forse davvero le vie del Signore sono infinite!

Ecco lo scopo di questa rubrica: voglio provare, sommessamente, ad emulare il mio indimenticato maestro e,  in maniera virtuale, a battere anch’io un po’ di pugni sul tavolo; non so quanta forza avrò dentro per farmi sentire, né so quante orecchie ascolteranno, mi basterebbe che mi ascoltasse almeno un cuore, fosse anche il mio.
Userò in questo spazio toni ed espressioni che riterrò opportune, potendo, forse, urtare la sensibilità di qualcuno ma, banalmente, basterà non leggermi!!! Batterò i pugni per metterci in crisi, per costringerci a non ignorare che mentre noi scriviamo, leggiamo, parliamo di cibo, tanti, troppi fratelli nostri, non riescono a procacciarsene per sopravvivere.

Ora, eccomi a te, mia lettrice o mio lettore. Se mi hai seguito fino in fondo hai impiegato, per leggere, circa due minuti e mezzo. Nel frattempo quindici bambini sono morti di fame. Prova a chiudere gli occhi e pensaci, pensa a quindici giovani vite che finiscono ma no, non associare a questo tuo pensiero gli occhi grandi e tristi di un bimbo africano, da manifesto strappalacrime di questa o quell’altra pur nobile associazione benefica. No, no, ti prego, prova a pensare a quindici bambini (guarda che sono tanti!) che TU conosci, pensa ai loro volti, le voci, le risate e ora…immaginali con gli occhi chiusi, morti. Di fame. Per redigere questo articolo ho impiegato ventinove minuti (mi sono cronometrato apposta) e quarantanove anni di vita. In ventinove minuti i bambini morti diventano centosettantuno. Sono troppo veloce, e preciso,  a fare di conto per voler scrivere cosa è successo nei quarantanove anni.

guido (IO)

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  1. gaetano pinto

    “Caro amico ti scrivo…” Caro Guido, ti scrivo dopo aver letto “A Padre Severino”. In quanto tuo amico storico ti confesso che leggerti è stato quasi come ascoltarti.certo a un livello superiore, con toni più acuti. Ritengo che scrivere sia mettersi in discussione, crescere, rinnovarsi e se ti conosco so che la nascita del blog-di questa tua “creatura”-non è né casuale né estemporanea ma attinge al tuo “oggi” interiore e all’urgenza di una ponderata palingenesi.Tornando al” boccone amaro”(azzeccata quanto drammatica locuzione) debbo dire che ha scalfitto, se pure impercettibilmente, le mie certezze di comodo, facendomi riflettere di quanto-io che vivo nell’emisfero ovattato del globo-sia sazio e fortunato. Per fortuna (forse per mitigare i miei sensi di colpa) ho avviato anche una sorta di processo propositivo, nel quale mi sono in qualche modo riconosciuto e “interpellato”. Ho avvertito nella tua prosa “militante”-nel senso più ampio del termine-come un invito se non all’azione almeno alla medit-azione: ed è quello che ho provato a fare scrivendo queste righe… Auspicando nuovamente alla tua novella creatura ogni bene, resto al contempo “alla finestra”, speranzoso di scoprire quali prospettive e quali orizzonti la tua palingenesi dischiuderà!

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